Edoardo's profileEccentrica GallumbitsPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
April 24 23 aprile 2009 23/4/2009 La notiza choc data dal Presidente del Consiglio, secondo la quale il vertice del G8 verrà trasferito dall'arcipelago della Maddalena a L'aquila, ha turbato alcuni, ed è nato uno strano "scandalo", con improbabili previsioni per cui la Sardegna subirà un crollo economico. Nessuno scandalo: basterà che Berlusconi convinca i leader mondiali a praticare un po' di trekking e campeggio. April 19 18 aprile 2009 18/4/2009 Pare che in questi giorni, due corrispondenti di quotidiani stranieri - rispettivamente, del Wall Street Journal e de Le Monde - siano stati chiamati alla Farnesina per pronunciarsi sul quadro complessivo del paese. Con termini diplomatici e profondo disdoro, i due si sono trovati concordi nell'impossibilità di un elogio a causa dei seguenti elementi: la mafia e le sue succursali; l'inefficenza statale; la politica xenofoba; e le gaffes di Silvio Berlusconi. Questa dichiarazione, se opportunamente ritoccato, risulterebbe un breve memoriale - se organizzato da Nicolas de Chamfort - di un pezzo di storia italiana democristiana e odierna; e suonerebbe all'incirca così: "La reticenza statale rese necessaria la mafia. La mafia rincarò la dose dei malanni d'inefficeza statale. Gli stessi inconvenienti statali, poi, hanno prodotto la necessità del governo di ricorrere alla politica xenofoba e alle gaffes di Berlusconi; e tutto questo, a sua volta, accresce i malanni pubblici. Questa è la vera storia dell'Italia dal dopoguerra a oggi". April 15 Elogio ai Pazzi Come vivere in un mondo innaturale in modo naturale? I quesito tese i pazzi, e - se ci arrivarono - la risposta li spezzò. La follia è l'animo di questo quesito è la risposta è semplice: non si può. Perciò si fanno largo tante altre soluzioni; che cercano sollievo da questo peso facendosi largo con lontane utopie o condotte conformi ai miti moderni o almeno a un'apparente normalità. Per tirare avanti. Per questo motivo invidio i pazzi: almeno loro riescono a vivere secondo indole senza sofferenza per l'impurità di questa; come indicato dalle dritte di Pirandello. I veri pazzi siamo noi che non l'abbiamo capito. 15 aprile 2009 15/04/2009 Dopo la piaga del terremoto, e della dolore e miseria conseguenti, giunge anche l'ultima: la noia. Con l'aggravio - nostante abbia lenitoi primi due flagelli - dell'operosa generosità italiana, che ha lasciato inadoperate le braccia impavide dei colpiti. April 14 Odi(o) - Canzoni d'Amore L'amore è un argomento che coinvolge tutti e nessuno rigetta. E per
questo motivo sono prolificati tutte quei settori che hanno
massimizzato questo apprezzamento: musica, commedia, Soap opera... Non è prerogativa di tutti gli esseri piccoli e neri, quella di odiare le canzoni d'amore. Siamo più soliti a udirle. E non tutte piacciono. Al di là di un gusto personale - che molto spesso è un paravento per la mancanza di un gusto personale -; sono abituato a intenderle in poche categorie, con rispettivamente distribuiti pecche e elogi comuni. Le prime si occupano di una pittoresca descrizione della vivida emozione dell'amore. Per un periodo più o meno circoscritto, radio e tv congiuntamente incroceranno il tiro di canzoni che perlopiù ribadiscono le fatue promesse degli innamorati: oggetti enfatizzati e imprese impossibili nel segno della passione; il tutto condito con suoni e note che cercano il più possibile di descrivere i piaceri che spettano al partner. Altrimenti, leggera variante, il linguaggio sfuma e diventa il più allusivo possibile, poco importa se si riferisca a un inafferabile romanticismo o alla più maliziosa lascivia. A valere è la bella voce di una cantante, ma non può bastare. Poi sopraggiungono ambiziose canzoni, che cercano di catalogarlo secondo i canonici ruoli di uomo e donna. Non si risparmiano i colpi di frecciatine per parte e i reciproci dispetti, che di fatto soffocano ogni sentimento. Ciò nonostante restano ugualmente canzoni d'amore. Infine giungono le canzoni dei "posti" dell'amore. Sono particolareggiate - a volte poco, a volte troppo - cronache che narrano, senza tralasciare nulla, dei luoghi, della classe sociale, dei comportamenti, degli eventi, dei protagonisti, dei palpiti, delle apprensioni, dei turbamenti, dei piccoli gesti, di quelli minuscoli, di quelli importanti; di come l'amore nasce, si nutre, si ferisce, cresce e muore. Qui la vicenda si racconta attraverso la - sempre diversa - sensibilità e la soggettività degli amanti. Un esempio ne è la popolare ballata. Naturalmente, le diverse forme possono sincretizzarsi come meglio credono - o di servirsi di ben altro accento-, diventando capolavori o canzonacce senza spessore. Sopratutto queste ultime, nell'ossessione contemporanea del businness affastellando il più possibile per arraffare più profitto possibile, riescono a riunire più pubblico sotto di sè. Ma è sopportabile, se nello stesso clima se ne riuniscono del colore opposto. Faccio appello alla space community, se vorrà, per rievocare le proprie adorate canzoni d'amore, adorate da sè o in coppia. Qua, ci sono le mie: La ballata dell'amore cieco o delle vanità - Fabrizio de André Romeo and Juliet - Dire Straits Because the night - Patty Smith Cara ti amo (risvolti psicologici nei rapporti fra giovani uomini e giovani donne) - Elio e le storie tese Piange il telefono - Domenico Modugno Una storia d'amore - Jovanotti April 06 De volgo eloquentia Essenziale esprimersi. Senza, non si comincerebbe in alcunché riguardi seconde e terze persone. Inoltre, nel secolo battezzatto e rinonimato ai titoli de " la società di massa" o "l'epoca delle associazioni", pare difficile tapparsi le orecchie e infischiarsi di tutto. Certo, la parola è indispensabile, è il succo di ogni relazione; ma senza parole serebbe impossibile conoscere tante cose di cui è arduo il riscontro, come posti lontani o balle colossali. E oggigiorno è venuta essenziale, la trasmissione della conoscenza. Tanto per gli allievi che per gl'insegnanti. La parola è potente, ma non è tutto: l'immagine è sinergica alla favella. Per dirla in breve, nessuno ha mai visto qualcuno presiedere un comizio incrociando le dita per tutta la sua durata. Perché tutto quello che l'occhio può, permette di contraddire il resto: la parola non è comparabile; ne ha la statura, ma è secondaria. Lo stesso accade schiudendo un quaderno: improbabile scriverci prima. Perciò, l'imago - nell'intento di un buon oratore - esprime tutto ciò che ci aggrada, che approviamo o almeno accettiamo. L'apparenza spalanca, la parola incide; cui arbitrio porrà giudizio. Ecco, dopo l'introduzione, tocca introdurre i veri curatori dell'interesse di comunicare: politici e giornalisti. Poiché i secondi sono poco avvezzi - salvo alcuni casi - a dover apparire oltre la sostanza dei discorsi; vorremmo soffermarci sui politicanti, cui la seguente distinta è sicuramente sotto gli occhi di tutti: Silvio Berlusconi - Berlusconi è l'amicone, sempre affabile, in grado di districarsi in ogni discorso con una pacca sulle spalle. Nel contesto politico, ha fatto suo vanto quello che per gli altri è motivo di debolezza: modi altezzosi e raffinati vengono da lui fortemente ridimensionati vestendoli con quelle che non sono manie di pochi, ma vizietti di tutti. In tante apparizioni, ha fregio di una carrellata di investiture, titoli, eufemismi: è Presidente, Cavaliere, Premier, Silvio, Berlusca, sua Emittenza, Caimano, Bellachioma, Nano e tanti altri. E' demiurgo di ogni retore sull'argomento politico, è sulla bocca di tutti, sua compresa. Il suo stile non trascura nulla - inteso nella sua perfezione -, e non si permette di tralasciare nulla di quello che potrebbe; ripromettendosi invece di omettere ben altro. La sua retorica è la parodia dell'ampollosità: i suoi paroloni sono spesso storpiati e inframezzati da periodi semplici e comuni. Fa largo uso di digressioni, cui spesso si riferisce a sé stesso, alle sue prodezze, al suo sex-appeal, a barzellette fuori luogo e a sanguinosi nozioni storiche frettolosamente riorganizzate. Ma lo sprone della sua retorica, oltre amor proprio, sono spesso i pregiudizi e luoghi comuni - a volte moribondi, ma più efficaci che mai -, ma che ben rispecchiano la predisposizione dei suoi messaggi a essere i più ampi possibile, perciò adattissima merce per il piccolo schermo e il suo pubblico. Se non principe del foro, è l'indiscusso regnante dei salotti italiani. Ma la sua diagnosi più corretta di sempre resta sempre quella del buon Montanelli: "Il venditore di fumo, che ha furia di fumo, si è procurato anche l'arrosto". Walter Veltroni - Insipido e incolore, si appesta più a incontrare la tenerezza degli italiani più che la loro attenzione. Pur basandosi sulla sua concezione volta a intendere il partito con gli occhi della società, ne è debosciato e fu succube della leggiadria del suo candidato rivale, più abile su quella stessa idea. Massimo d'Alema - E' ancora il grigio uomo di partito, freddo e calcolatore che - a differenza del suo compagno antagonista - intende la società con gli occhi dell'organizzazione. Sarà per questo che la sua personalità è così invisa alla maggior parte degli elettori, cui ha sempre dovuto offrire un boccone diverso da sé per aver scampo. Romano Prodi - Pacioso, dalla parlantina un po' goffa e zoppicante, priva di mordente anche quando morde, ma che arriva sempre dove vuole arrivare. Sul piano politico è al momento esausto in quanto i suoi modi - che decretarono la sua fortuna, almeno la prima volta - gli si sono rivoltati contro. Gianfranco Fini - Poco incline a improvvisare, è un altro gelido regista politico. Ogni sua parola è frutto di un accurato disegno già deciso, studiato in ogni minimo dettaglio. Se a presentare il conto non è la sua popolarità, senz'altro lo saranno le ripercussioni sulla relazione travagliata con la sua coerenza. Pierfendinando Casini - Un buon relatore, quasi come lo son tutti, ma senza l'aggravio di imperfezioni di lessico o titubanza. La sua debolezza sta nel suo programma; volto più a rimontare i cocci di un centro perduto, piuttosto che ad assumere quella connotazione d'opinione più che collaudata e decretante il successo alcuni partiti italiani. Il suo "strenuo" attaccamento identitario è letto - abbastanza correttamente - dagli elettori italiani come un'ulteriore ostinazione dell'ipocrisia democristiana. Antonio Di Pietro - L'ex-star del pool di Mani Pulite è il fiero coniatore del suo dipietrismo. Di questo si deve segnalare l'eccellente equazione che misura sapientemente linguaggio e personalità. La personalità calda e irruente convive con armonia con un linguaggio talvolta impiastricciato, ma carico di praticità, di voli inesistenti e di efficaci metafore, perlopiù legate alla narrativa favolistica di Esopo e Fedro. Termini ben noti sono "Che c'azzecca?"; "Boiata pazzesca"; "Abbi pazienza...". Il suo ecclettico stile e le performance derivano dal suo curriculum di agricoltore, poliziotto, magistrato e politico. Simili meno fortunati potrebbero balbettare confusamente nella Neuro di un ospedale. Maurizio Gasparri - L'ultimo è il politico più sgradito allo scrivente ed evitato come tale, e pertanto potrebbe non essere la persona più adatta a parlarne. Burattino preferito per le piazze televisive, come un Pulcinella attaccabrighe, Gasparri è un terrorista in ogni senso della parola: più dire di tutto in nome di tutto. Inoltre, la sua morale ancheggiante e le sue affermazioni sfuggono alla comprensibilità del sottoscritto (ma non a quella dell'audience). Incessante e urlatore, Gasparri è l'insetto perfetto che sul far della sera esce dai teleschermi per consumare le carcasse degli annunci del giorno. |
|
|