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日志


6月4日

Fritto stantio

I motti sempreverdi sono sempre rigogliosi e vecchi quanto certi giochi; uno adatto è "In Italia, la situazione politica è seria, ma non è grave" di Flaiano. Giusto! Via ogni velleità di austerità, ma anche la tentazione di puntare il dito. Solo avanziamo con molta umiltà qualche domanda "Il programma per le europee, ecco, non lo abbiamo ben capito". Non che si nutrano troppe utopie di trasparenza e comunicazione. Quindi, capito no, anche se si è avuto un vago sentore subliminale, come quello di + gnocca per tutti. Che non sarebbe male, ma così sul vago e l'inconcludente, non ci sia da lamentarsi se poi non si ha trombato (politici sfortunati a parte).
Indi non si è capito, ma si è parlato molto. Ma non ci sia sorpresa: ogni corpo articolato incontra più resistenza, ed è norma comune. Passa l'organismo più semplice, anche se privo di un certo senso.
Ma certe cose! Che noia, che mancanza di originalità! Quella di propinare candidati sconosciuti accompagnati con qualche nome stranoto o di famosissimi per meriti ignoti. Vada la ripetizione, non la noncuranza: personalità vagamente interessanti, con qualche fissa delirante da proporre si trovano - come il proponente dei posti riservati sugli automezzi, quando mancano sia i posti che la riservatezza -; e se non si dovessero trovare, si creerebbero.
Inoltre, è davvero molesto sentire le stesse accuse e le stesse scuse. Qualche tocco fresco si sente, ma l'intonaco è marcio. Ed è anche un tocco di infimo livello, come quello di ammazzare un personaggio principale di un telefilm per risollevarne gli ascolti.
Si sa: l'aspettativa per quanto riguarda i politici è quella di deludere, e pure così deludono le aspettative. Avviliscono e annoiano (salvo certi appassionati che si spiegano solo con l'assuefazione - come succede, appunto, coi fan di un telefilm molto longevo). E tutto sembra più amaro quando questi distillatori di fumo e barzelletieri in erba cominciano a premere per il sorriso o la smorfia. Perché si scopre che ci si è dimenticato come si sbadiglia.


4月14日

Odi(o) - Canzoni d'Amore

L'amore è un argomento che coinvolge tutti e nessuno rigetta. E per questo motivo sono prolificati tutte quei settori che hanno massimizzato questo apprezzamento: musica, commedia, Soap opera... Non è prerogativa di tutti gli esseri piccoli e neri, quella di odiare le canzoni d'amore. Siamo più soliti a udirle. E non tutte piacciono. Al di là di un gusto personale - che molto spesso è un paravento per la mancanza di un gusto personale -; sono abituato a intenderle in poche categorie, con rispettivamente distribuiti pecche e elogi comuni.
Le prime si occupano di una pittoresca descrizione della vivida emozione dell'amore. Per un periodo più o meno circoscritto, radio e tv congiuntamente incroceranno il tiro di canzoni che perlopiù ribadiscono le fatue promesse degli innamorati: oggetti enfatizzati e imprese impossibili nel segno della passione; il tutto condito con suoni e note che cercano il più possibile di descrivere i piaceri che spettano al partner. Altrimenti, leggera variante, il linguaggio sfuma e diventa il più allusivo possibile, poco importa se si riferisca a un inafferabile romanticismo o alla più maliziosa lascivia. A valere è la bella voce di una cantante, ma non può bastare.
Poi sopraggiungono ambiziose canzoni, che cercano di catalogarlo secondo i canonici ruoli di uomo e donna. Non si risparmiano i colpi di frecciatine per parte e i reciproci dispetti, che di fatto soffocano ogni sentimento. Ciò nonostante restano ugualmente canzoni d'amore.
Infine giungono le canzoni dei "posti" dell'amore. Sono particolareggiate - a volte poco, a volte troppo - cronache che narrano, senza tralasciare nulla, dei luoghi, della classe sociale, dei comportamenti, degli eventi, dei protagonisti, dei palpiti, delle apprensioni, dei turbamenti, dei piccoli gesti, di quelli minuscoli, di quelli importanti; di come l'amore nasce, si nutre, si ferisce, cresce e muore. Qui la vicenda si racconta attraverso la - sempre diversa - sensibilità e la soggettività degli amanti. Un esempio ne è la popolare ballata.
Naturalmente, le diverse forme possono sincretizzarsi come meglio credono - o di servirsi di ben altro accento-, diventando capolavori o canzonacce senza spessore. Sopratutto queste ultime, nell'ossessione contemporanea del businness affastellando il più possibile per arraffare più profitto possibile, riescono a riunire più pubblico sotto di sè. Ma è sopportabile, se nello stesso clima se ne riuniscono del colore opposto.

Faccio appello alla space community, se vorrà, per rievocare le proprie adorate canzoni d'amore, adorate da sè o in coppia. Qua, ci sono le mie:
La ballata dell'amore cieco o delle vanità - Fabrizio de André
Romeo and Juliet - Dire Straits
Because the night - Patty Smith
Cara ti amo (risvolti psicologici nei rapporti fra giovani uomini e giovani donne) - Elio e le storie tese
Piange il telefono - Domenico Modugno
Una storia d'amore - Jovanotti
 
3月5日

Viva l'Italia

Viva l'Italia, l'Italia liberata,
l'Italia del valzer, l'Italia del caffè.
L'Italia derubata e colpita al cuore,
viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste.
FdG
1月31日

Il congiuntivo

Il congiuntivo è morto. E anche se non lo fosse, sicuramente lo sarebbe nella prima serata. L'inesorabile declino di questo tempo verbale è inesorabile, da molto tempo a questa parte. "Non so quanti chili di arance hanno (abbiano, se corretto) comprato" è accettabile, perché nel costume non è più fondamentale il congiuntivo nelle interrogative indirette. "Credevo che me lo compravi" è comune, ed è evidente come una nota stonata: se l'indicativo è il modo dell'obiettività, della realtà e della certezza; il congiuntivo è quello della soggettività e tratteggia i fatti non per come essi siano, ma per come li sentiamo e li desideriamo, li auguriamo e li speriamo. Con un verbo come il Credere di prima si fa in fretta a capire come questi errori, forse, non siano solo un errore voluto dalla nostra incurante insofferenza per la grammatica e le regole in generale. Si può dire che si tratti di una supposta arroganza di affibbiare le nostre angosce, i nostri dubbi, le congetture e le incertezze per verità assolute, autoevidenti dietro la parola.
Non possiamo più tollerare che le parole restino un simulacro personalissimo della nostra interiorità, abbiamo bisogno qualcosa per annacquare le nostre credenze con una parvenza che possa sembrare desiderabile e concreta per tutti. Per questo il congiuntivo è stato sacrificato, per aver svolto il suo ingrato compito: esprimere le più cartilagilinee volontà se non per la loro vera fumosa forma. Il suo funerale politico.